• massimiliano massimi

Il futuro è dei disoccupati



Siamo in presenza di una mutazione epocale per cui riusciamo a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano, eppure imputiamo ai disoccupati il peccato della loro disoccupazione come se, avendo voglia di lavorare, tenessero a portata di mano un ottimo posto di lavoro che si ostinano colpevolmente a rifiutare. E, a furia di essere considerati colpevoli, finiscono per sentirsi colpevoli anch’essi, succubi di un’alienazione che inclina alla depressione.

Indurre alla vergogna i disoccupati e i loro familiari è un capolavoro del capitalismo perché tramuta la rabbia in rassegnazione e garantisce pace al sistema. E' dunque un elemento così imprescindibile del profitto che meriterebbe di essere quotato in borsa.

Nessuno ha deciso la propria nascita e tuttavia, secondo questo sistema implacabile, dopo essere nato, ognuno deve dimostrare di meritare la vita. Non “ognuno”, a dire il vero. Perché vi è un’infima minoranza che detiene privilegi di ricchezza, potere e sapere mentre la quasi totalità è tenuta a dimostrare giorno per giorno, attraverso il lavoro, la propria utilità al sistema, cioè al profitto. E se il sistema del profitto gli toglie il lavoro, cioè l’unica condizione necessaria alla sopravvivenza, impedendogli così di dimostrare la propria utilità, non è il colpevole sistema che deve vergognarsi ma il disoccupato incolpevole.

Per alimentare questo paradosso, si perpetua una teatrale messa in scena che va dalle pompose proclamazioni costituzionali (“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”) alla pretesa burocratica che milioni di disoccupati dimostrino agli uffici di collocamento, almeno una volta l’anno, di avere effettuato la ricerca “effettiva e permanente” di un lavoro che non troveranno mai per il semplice fatto che non esiste. E in questa farsa perversa si consuma l’esclusione, la decadenza, il confino, la deportazione di milioni di uomini e donne cui si chiede letteralmente di scomparire dalla società, di stare buoni nelle periferie sociali, di non osare proteste, di accucciarsi nel cantuccio riservato agli scarti umani, di convincersi che si è esodati non solo dal lavoro ma anche dalla vita, cioè superflui, dal momento che è inutile vivere se non si è vantaggiosi per il profitto.



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