• massimiliano massimi

Quando il "fare" diventa "strafare" è meglio "non fare".

Nell’introduzione ai suoi “Saggi”, Montaigne esclama che siamo nati per agire.


Noi tutti sentiamo il bisogno di agire, di esercitare un’azione sulla realtà, per plasmarla e trasformarla, traendone, si spera, soddisfazione. L’essere umano ha dentro di sé quell’insopprimibile desiderio di modificare il mondo che lo circonda, di svolgere gesti che lo rendano più vicino e conforme alla sua cornice di senso. Ci piace essere gli architetti e i muratori della nostra cattedrale; ecco perché ci muoviamo per erigere la nostra splendida opera, per realizzare i nostri sogni e centrare i nostri obiettivi.


Ne abbiamo bisogno per dare significato alla nostra esistenza e per dimostrare di esserne capaci, a noi e agli altri.


A nessuno piacciono le persone senza volontà e forza morale. E questa è un’altra sollecitazione che ci mette in azione, altrimenti finiremmo nel novero degli ignavi nell’antinferno di Dante, esseri spregevoli, tanto da non meritare né il Paradiso né l’Inferno!


Ma cosa succede se pur volendo agire, non possiamo? Se ci trovassimo proprio in quel limbo non per mancanza di volontà ma per condizioni e circostanze non volute? Se nonostante la nostra ostinazione, caparbietà e cocciutaggine, continuassimo a girare a vuoto con sconforto?


Triste è quel momento in cui il desiderio di fare e la volontà dell’agire non trovano il terreno adatto.

Infausto è quel tempo in cui il nostro iperattivismo non ha portato risultati.

Deprimente è quella situazione stagnante che sembri non avere sbocchi di uscita per il riparo.


E invece è proprio qui, in questo preciso istante, che cominciamo ad intravedere l’oasi della salvezza.

È quando maturiamo in noi stessi che, pur senza generare niente abbiamo fatto tutto il possibile, che pur senza ottenere risultati le nostre azioni sono state comunque compiute.


Il frutto di questa meditazione è quell’autentica consapevolezza interiore che ci dona arrendevolezza, che non è abbandono e rassegnazione ma sfinimento rigenerante, ci regala docilità che non è asservimento all’impotenza, ci offre sottomissione a ciò che non è in nostro potere e di cui avevamo dimenticato l’esistenza.


E allora d’improvviso, accade un evento inaspettato; è come se toccando il fondo, arrivassimo in cima.


Impariamo a lasciare e ad abbandonare.


Rinunciando a tentare di guidare le cose ci accorgiamo che quelle, muovendosi, si allontanano da noi e per questo le lasciamo andare.


Molliamo la presa.


Impariamo a lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente.


Lasciamo che la strada si sveli ai nostri occhi da sola.


È attesa vigile e cosciente, non rinuncia.


È un atteggiamento sereno che induce pace perché ci riconnette con fiducia all’armonia dell’esistenza e alle infinite possibilità che può ancora riservarci.


È speranza attiva e non fatalismo.


Questo processo l’ho definito “la filosofia del contadino”.


Si alza all’alba, scende nei campi, dissoda il terreno, pianta e innaffia con cura e amore poi, all’imbrunire torna a casa stanco ma soddisfatto per il proprio lavoro. Alla sera, poco prima di addormentarsi, prega il suo Dio affinché generi vita e crescita robusta e non porti sventure al proprio raccolto. Lo fa con l’umiltà, la saggezza e la sapienza di colui che non ha il potere di dare la vita a quelle piante, sa di non poter influire sulla loro crescita, può soltanto creare le condizioni affinché ciò avvenga.

Con passione, meticolosità e duro lavoro, avendo fiducia nel suo agire e varcando la soglia del non agire.


Dal libro: " La difficile arte di realizzare i propri sogni."


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